Articolo di Carlo Occhinegro

Dello smart working si parla ormai da tempo, ma nella realtà dei fatti, soprattutto in Italia, sono poche le aziende che lo prendono in considerazione realmente, vista la grande confusione intorno al tema della produttività. Ma prima di analizzare tutti gli aspetti che personalmente ho trovato positivi su questo argomento, come sempre quando si vuole sviscerare un argomento, si parte dalle definizioni.

Il lavoro agile secondo l’ordinamento giuridico italiano

Lo smart working è chiamato, secondo l’ordinamento giuridico italiano, lavoro agile.

La sua definizione più tradizionale è contenuta nella legge n°81/2017, all’articolo 18: modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Cos’è effettivamente lo smart working

Per sintetizzare, la legge italiana descrive lo smart working come una modalità che permette al dipendente di lavorare dove vuole e negli orari che preferisce, con l’unica regola di raggiungere gli obiettivi prefissati insieme al datore di lavoro. Ed è effettivamente così.

Bisogna però specificare, che si tratta pur sempre di lavoro e se, come nel mio caso, bisogna interfacciarsi con diversi interlocutori, l’orario in cui si lavora, rimane nei limiti del range di quello d’ufficio. Per quanto riguarda invece il luogo, la scelta è più ampia perché si può lavorare ovunque si voglia: da casa, in un’altra città, in uno Starbucks e così via. Purché abbia corrente elettrica, Wifi, non ci distragga troppo o non ci renda impossibile il lavorare (per esempio, una spiaggia), in smart working si può operare ovunque si voglia.

Il primo passo: conoscere il proprio lavoro

Il primo passo per prendere in considerazione lo smart working è conoscere il proprio lavoro alla lettera e saperlo distribuire nella settimana in modo tale che alcuni compiti vengano svolti durante i giorni in ufficio, altri quando si è in smart working.

Conoscere il proprio lavoro, le sue complessità, le sue tempistiche e anche le sue routine è la chiave perfetta per iniziare a lavorare in smart working, propriamente in modo smart.

Il secondo passo: conoscere i propri limiti e le proprie responsabilità

Lavorare in smart working vuol dire conoscere, accettare e ammettere i propri limiti professionali. Se ad esempio, su alcune attività, si ha bisogno del team per operare al meglio, bisogna fare in modo che quelle attività vengano svolte durante i giorni in ufficio e non procrastinare. Nei giorni di smart working i colleghi saranno sempre ad un colpo di telefono di distanza ma non potranno dare il loro sostegno completo: la divisione del proprio lavoro è essenziale.

Allo stesso tempo, bisogna sapere quali sono le proprie responsabilità e prenderle seriamente godendosi anche i vantaggi dello smart working. Come detto in precedenza, lo smart working permette di gestire il lavoro come si vuole (nei limiti, naturalmente). Ma il lavoro deve essere realmente fatto. Programmare le giornate in smart working a seconda degli obiettivi stabiliti in precedenza (in termini, ad esempio, di risultati da raggiungere) con il datore di lavoro, renderà tutto più semplice.

Questo, ci tengo a chiarirlo, non vuol dire che si lavori di meno, vuol dire semplicemente essere più comodi nel farlo.

Il terzo passo: avere bene in mente che lo smart working è un privilegio per pochi (sia per i dipendenti, che per i datori di lavoro)

Lavorare in smart working è un privilegio ed una condizione fortunata quanto delicata.

Fortunata perché permette al dipendente di vivere il lavoro con più serenità e leggerezza. Delicata perché l’esito del lavoro, soprattutto in smart working, sarà un momento, per chi lo ha concesso, per testare realmente non tanto le competenze, quanto l’impegno, la costanza e la volontà del dipendente.

Per il datore di lavoro, lo smart working è la prova del 9: tutto ciò che otterrà, sarà un chiaro segnale non solo di come sta andando il lavoro, ma anche di quanto i propri dipendenti siano dentro al progetto, all’azienda, al team.

La mia esperienza in Digitalpr.pro

Sin dal primo momento in cui ho lavorato in Digitalpr.pro sapevo dello smart working e la cosa mi metteva sotto pressione. “Dal lunedì al mercoledì in ufficio, giovedì e venerdì si lavora in smart working.” mi hanno detto Jessica e Stefano. La paura di non riuscire a portare i risultati richiesti e minare il rapporto di professionale, personale e di fiducia appena nato, fu però il motore che mi ha permesso di raggiungere gli obiettivi prefissati.

La prima settimana ho dovuto studiare i clienti, entrare nei loro progetti e nelle loro storie. Lo smart working è stato molto operativo, guidato e ho semplicemente seguito le indicazioni che mi venivano date.

La seconda settimana, sono partito in quinta e i giorni in smart working non mi hanno più fatto paura: mi sentivo costantemente con Jessica e Stefano per avere risposte alle domande che si hanno inevitabilmente quando si inizia a lavorare in una nuova realtà.

La terza settimana ho scoperto che in smart working lavoravo di più, producevo di più e qualche risultato iniziò ad arrivare, eliminando gli ultimi timori che erano rimasti: avevo la prova tangibile che anche in smart working, i media pubblicavano le storie dei clienti che curavo e i momenti in cui ho sentito Jessica e Stefano, diventavano sempre più rari. Sapevo come muovermi e avevo la certezza, che nel momento del bisogno, il team mi avrebbe supportato.

La quarta settimana è stata pesante: avevo un nuovo comunicato da diffondere e nei giorni in ufficio avevo ottenuto pochi risultati. Arrivato il giovedì, continuando la diffusione per i media, qualcosa è cambiato e il mio lavoro, in smart working, ha portato alla pubblicazione del comunicato che all’inizio mi era sembrato più complesso degli altri. Il venerdì, ho raccolto i frutti delle diffusioni del giorno prima e ho realizzato che ero riuscito ad ottenere più pubblicazioni in quei due giorni in smart working che nei giorni in ufficio.

Ecco perché lo smart working non è una minaccia

Le settimane si sono susseguite ed ancora oggi nei giorni di smart working mi sorprendo quando vedo che i risultati arrivano valorizzando non solo la mia immagine agli occhi dei miei datori di lavoro ma anche il nostro legame e la nostra fiducia reciproca.

Lo smart working è una realtà ancora poco diffusa perché non se ne conoscono i benefici o perché magari si è bloccati da una burocrazia sempre troppo complicata. Tuttavia, mi auguro che questa mia testimonianza possa essere d’aiuto ai più dubbiosi e che possa aver dato un quadro più chiaro di questa opzione che, dal mio punto di vista, se svolta con serietà e professionalità, è un beneficio per tutti.

Articolo di Carlo Occhinegro


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